ABITARE IL CORPO CHE GENERA
Il grounding come esperienza di fiducia nella nascita della genitorialità
di Roberta Caggese
Quando si parla di nascita, il pensiero corre spontaneamente al momento del parto. È lì che, simbolicamente e biologicamente, una nuova vita viene al mondo.
Eppure, osservando il percorso di molte donne e coppie, mi sono resa conto che la nascita inizia molto prima.
Inizia nel momento in cui compare il desiderio di un figlio, quando prende forma l’idea di generare una nuova vita e, insieme ad essa, si mettono lentamente in movimento emozioni, aspettative, timori, ricordi e trasformazioni che coinvolgono l’intera persona.
Ogni nascita comincia molto prima del parto
È un tempo spesso silenzioso, poco visibile, ma estremamente significativo. Prima ancora che il corpo inizi a cambiare, qualcosa cambia nel modo di percepirsi, di immaginare il futuro e di stare nella relazione con sé stessi e con l’altro. Per questo motivo considero il percorso verso la genitorialità non come un insieme di eventi scanditi da tappe biologiche, ma come un processo di trasformazione che interessa contemporaneamente il corpo, la dimensione emotiva e quella relazionale.
Nel tempo ho compreso che accompagnare una nascita significa innanzitutto accompagnare una trasformazione, e che ogni trasformazione ha bisogno di un contesto sufficientemente sicuro nel quale potersi esprimere. Carl Rogers descriveva il cambiamento come un processo che può svilupparsi solo all’interno di una relazione caratterizzata da autenticità, accettazione e comprensione empatica. Pur riferendosi alla relazione terapeutica, ritengo che questi principi offrano una chiave di lettura estremamente preziosa anche nell’accompagnamento alla nascita: la donna e la coppia hanno bisogno di uno spazio nel quale sentirsi accolte, ascoltate e sostenute affinché possano riconoscere il proprio sentire e sviluppare fiducia nelle proprie capacità.
È proprio questa idea di fiducia che rappresenta il filo conduttore di questo articolo.
La prevenzione primaria: promuovere la “salute” fin dall’origine
Parlare di accompagnamento alla nascita significa, inevitabilmente, interrogarsi sul significato della prevenzione primaria.
Tradizionalmente questo concetto viene associato all’insieme degli interventi finalizzati a prevenire l’insorgenza della malattia. Sebbene questa definizione rimanga corretta, nel tempo ho sentito l’esigenza di ampliarne il significato, spostando progressivamente l’attenzione dalla prevenzione del disagio alla promozione della salute.
In questa prospettiva, prevenire non significa semplicemente evitare che qualcosa accada, ma creare le condizioni perché la persona possa sviluppare le proprie risorse all’interno di un ambiente relazionale favorevole.
È una visione che trova profonde consonanze con il pensiero di Eva Reich, la quale ha dedicato gran parte della propria ricerca alla qualità delle prime esperienze di vita e alla loro influenza sul benessere futuro della persona. Attraverso il concetto di prevenzione primaria, Eva Reich propone un cambiamento di prospettiva particolarmente significativo: la salute non viene considerata soltanto come assenza di malattia, ma come il risultato di esperienze relazionali caratterizzate da contatto, sicurezza, rispetto e possibilità di esprimere liberamente la propria vitalità.
Questa intuizione ha profondamente orientato anche il mio modo di lavorare.
Se il benessere del bambino inizia a costruirsi all’interno delle prime esperienze corporee e relazionali, allora prendersi cura della gravidanza significa molto più che accompagnare lo sviluppo fisiologico della gestazione. Significa sostenere la qualità della relazione che progressivamente si costruisce tra la madre, il bambino, il partner e l’ambiente che li circonda.
Oggi sento che la prevenzione primaria possa iniziare ancora prima.
Inizia quando nasce il desiderio di un figlio.
Quando una persona, o una coppia, iniziano a interrogarsi sul significato del diventare genitori.
Quando il progetto di una nuova vita trova spazio nel pensiero, nelle emozioni e nel corpo.
È in questo tempo che, a mio avviso, inizia realmente il lavoro di accompagnamento.
Non perché sia necessario prepararsi a essere genitori, ma perché è possibile iniziare a costruire quell’ecosistema relazionale nel quale una nuova vita potrà essere accolta.
È questo il significato che attribuisco alla prevenzione primaria: prendersi cura del contesto umano nel quale il bambino crescerà, riconoscendo che la qualità delle relazioni costituisce uno dei primi e più importanti fattori di salute.
Il corpo come primo luogo della relazione
Se la relazione rappresenta il terreno nel quale prende forma la prevenzione primaria, il corpo ne costituisce il primo linguaggio.
L’approccio bioenergetico, sviluppato da Alexander Lowen a partire dagli studi di Wilhelm Reich, considera corpo e mente come aspetti inseparabili dell’esperienza umana. Ogni vissuto emotivo trova un’espressione corporea e, allo stesso tempo, il corpo custodisce la memoria della nostra storia relazionale. Il respiro, il tono muscolare, la postura e il movimento raccontano il modo in cui ciascuno di noi ha imparato, nel corso della vita, a entrare in contatto con sé stesso e con gli altri.
Durante la gravidanza questa prospettiva assume un significato ancora più ampio.
Il corpo non è soltanto il luogo nel quale il bambino cresce; rappresenta il primo ambiente di vita che egli sperimenta. Prima ancora della nascita, infatti, il bambino vive un’esperienza continua fatta di ritmo, movimento, voce, respiro, qualità del contatto e regolazione emotiva. La relazione madre-bambino non ha inizio nel momento del parto, ma si costruisce progressivamente durante tutta la vita prenatale.
Anche Emanuela Bellone, nel suo interessante articolo “Il Grounding nella relazione madre-bambino” pubblicato sulla rivista italiana Corpo e Identità a cura della S.i.a.b, approfondendo il tema del grounding nella relazione madre-bambino, sottolinea come la costruzione del senso di sicurezza trovi le proprie radici proprio nella continuità tra esperienza intrauterina, nascita e prime esperienze postnatali. In questa prospettiva il corpo materno costituisce il primo ambiente relazionale del bambino, e la qualità dell’esperienza corporea della madre assume un valore che va ben oltre il suo benessere individuale, diventando parte integrante del percorso di sviluppo della nuova vita.
Questa consapevolezza modifica profondamente anche il significato dell’accompagnamento alla nascita.
Accompagnare una donna non significa soltanto prepararla al parto. Significa sostenere un processo di trasformazione che coinvolge contemporaneamente la persona, la coppia e il bambino, riconoscendo che la qualità della relazione si costruisce fin dai primi momenti della vita.
È proprio all’interno di questa prospettiva che il grounding assume, a mio avviso, il suo significato più autentico: non come tecnica corporea da apprendere, ma come esperienza attraverso la quale la persona può ritrovare un contatto più profondo con il proprio corpo, sviluppare fiducia nel proprio sentire e costruire una relazione più consapevole con il bambino che porta in grembo..
Grounding, fiducia e sapere sentito
La gravidanza rappresenta uno dei periodi di maggiore trasformazione dell’esperienza umana. I cambiamenti che la caratterizzano non riguardano esclusivamente la dimensione biologica, ma coinvolgono la persona nella sua globalità: il corpo cambia, si modifica la percezione di sé, si ridefiniscono le relazioni e prende forma una nuova identità. Diventare madre significa, infatti, attraversare un processo di integrazione nel quale convivono entusiasmo e paura, fiducia e incertezza, desiderio e vulnerabilità.
Negli ultimi anni la disponibilità di informazioni sulla gravidanza e sulla nascita è cresciuta enormemente. Manuali, corsi, siti specializzati e social network consentono oggi alle future madri di arrivare al parto con una preparazione teorica molto più ampia rispetto al passato. Questa ricchezza rappresenta senza dubbio una risorsa preziosa e costituisce uno strumento fondamentale per favorire scelte consapevoli.
L’esperienza professionale mostra, tuttavia, come il sapere cognitivo, pur essendo indispensabile, non sia sufficiente ad accompagnare la complessità della nascita. Molte donne conoscono con precisione le modificazioni fisiologiche della gravidanza, le fasi del travaglio e le principali indicazioni ostetriche; ciò che spesso risulta più difficile è sviluppare fiducia nella propria capacità di abitare ciò che stanno vivendo.
La nascita, infatti, non è soltanto un evento da comprendere, ma un’esperienza da attraversare. Richiede la possibilità di sostare nell’incertezza, di riconoscere le proprie emozioni e di ascoltare un corpo che cambia continuamente, senza poter essere governato esclusivamente attraverso il controllo razionale.
È in questo passaggio che, a mio avviso, assume significato l’espressione sapere sentito.
Con questa definizione non intendo contrapporre l’intuizione alla conoscenza scientifica, né attribuire al corpo una forma di sapere istintivo infallibile. Piuttosto, considero il sapere sentito il risultato di un processo di integrazione nel quale le conoscenze teoriche, l’esperienza corporea e la riflessione personale trovano progressivamente un equilibrio. È una conoscenza che non rimane confinata al piano cognitivo, ma diventa parte del modo di essere della persona, della sua capacità di riconoscere ciò che sente e di orientarsi nella relazione con sé stessa e con gli altri.
In ambito counseling questa prospettiva richiama il concetto di saper essere, inteso come la capacità di abitare la relazione con autenticità, presenza e consapevolezza. Credo che la gravidanza rappresenti uno dei momenti nei quali questa competenza diventi particolarmente significativa, perché è proprio durante l’attesa che la donna è chiamata a integrare ciò che conosce con ciò che vive.
È all’interno di questa cornice che il lavoro corporeo assume, a mio avviso, un valore particolare.
La prospettiva che orienta il mio modo di accompagnare la nascita affonda le proprie radici nel pensiero di Wilhelm Reich, che per primo ha posto il corpo al centro dell’esperienza umana, superando la tradizionale separazione tra dimensione psichica e dimensione corporea. Considerare il corpo come luogo nel quale si esprimono emozioni, relazioni e storia personale ha rappresentato un cambiamento radicale nel modo di comprendere la salute e il benessere della persona.
A partire da questa eredità teorica si sono sviluppati percorsi differenti ma profondamente dialoganti.
Alexander Lowen, fondatore della Bioenergetica, ha approfondito il concetto di grounding come espressione della capacità della persona di mantenere un contatto vitale con il proprio corpo e, attraverso di esso, con la realtà. Essere radicati significa poter riconoscere le proprie emozioni, tollerarne l’intensità e affrontare le esperienze della vita senza perdere continuità con sé stessi. Il grounding diventa quindi una qualità della presenza prima ancora che una pratica corporea.
Eva Reich, partendo dalla medesima matrice reichiana, ha orientato il proprio lavoro verso un’altra direzione, complementare alla precedente. Attraverso gli studi sulla prevenzione primaria e lo sviluppo della Bioenergetica Dolce, ha posto l’attenzione sulla qualità delle prime esperienze corporee e relazionali, riconoscendo come il benessere dell’individuo trovi le proprie radici molto prima della comparsa di eventuali difficoltà, all’interno della relazione tra il bambino e l’ambiente che lo accoglie.
Questi due contributi, pur sviluppandosi lungo percorsi differenti, condividono una medesima intuizione: il corpo non rappresenta semplicemente il luogo nel quale si manifestano le emozioni, ma costituisce il primo spazio attraverso cui la persona costruisce la relazione con sé stessa e con il mondo.
È proprio nell’incontro tra queste prospettive che colloco il grounding nell’accompagnamento alla nascita: non un insieme di esercizi finalizzati al rilassamento, ma un’esperienza che favorisce una maggiore presenza corporea e relazionale. Durante la gravidanza il grounding può infatti sostenere la donna nel riconoscere il proprio corpo come interlocutore e non soltanto come organismo che cambia. Può aiutarla a sviluppare quella fiducia che nasce non dal controllo, ma dalla possibilità di rimanere in contatto con ciò che sta vivendo.
A volte questo dialogo prende avvio da esperienze estremamente semplici.
Può essere sufficiente rallentare il ritmo e portare attenzione al respiro perché il corpo inizi lentamente a raccontare qualcosa.
Una tensione che fino a poco prima sembrava invisibile.
Una mandibola serrata.
Una gola contratta.
Un petto che trattiene.
Un bacino che fatica a lasciarsi andare.
Il corpo torna a parlare.
E, quasi sempre, ciò che racconta non riguarda soltanto la muscolatura.
Racconta emozioni.
Racconta paure.
Racconta modalità apprese nel tempo per proteggersi.
In questi momenti il lavoro corporeo non consiste nel correggere il corpo o nell’eliminare rapidamente la tensione. Consiste piuttosto nel creare le condizioni perché la persona possa ascoltarsi con maggiore curiosità, rispetto e fiducia. È proprio da questa esperienza che può nascere quel sapere sentito capace di accompagnare la donna non soltanto durante il travaglio e il parto, ma anche nella costruzione della relazione con il proprio bambino.
Accompagnare la nascita: dalla gravidanza al postpartum
Le riflessioni sviluppate finora conducono naturalmente a una domanda: quale significato assume il grounding nel concreto accompagnamento alla nascita?
Se lo considerassimo esclusivamente una pratica corporea finalizzata al rilassamento o alla gestione del dolore, ne limiteremmo profondamente il valore. La prospettiva bioenergetica e gli studi sulla prevenzione primaria suggeriscono invece una lettura più ampia, nella quale il grounding rappresenta una risorsa che accompagna l’intero processo di costruzione della genitorialità.
In questa prospettiva, il lavoro corporeo svolto durante la gravidanza non è orientato a “preparare” il parto nel senso tradizionale del termine. Piuttosto, offre alla donna e alla coppia la possibilità di sviluppare una maggiore familiarità con il proprio corpo, con le proprie emozioni e con la relazione che, giorno dopo giorno, si sta già costruendo con il bambino.
L’obiettivo non è insegnare a partorire.
Il parto appartiene alla fisiologia e, quando le condizioni lo permettono, il corpo possiede competenze che non hanno bisogno di essere insegnate.
Ciò che può essere sostenuto è, piuttosto, la possibilità di abitare quell’esperienza con maggiore presenza, riconoscendo le proprie risorse e sviluppando una fiducia che nasce dall’ascolto e non dal controllo.
Questa distinzione mi sembra particolarmente importante.
Nel linguaggio comune si parla spesso di “preparazione al parto”, come se il corpo dovesse apprendere una funzione nuova. La mia esperienza mi porta invece a considerare la gravidanza come un tempo nel quale la donna può progressivamente costruire le condizioni per riconoscere e sostenere competenze che le appartengono già. Il lavoro corporeo, in questo senso, non aggiunge qualcosa alla fisiologia, ma crea uno spazio nel quale la fisiologia possa esprimersi con maggiore libertà, quando il contesto relazionale e assistenziale lo rende possibile.
Questa prospettiva è coerente con l’approccio della Bioenergetica Dolce, che considera il rispetto dei tempi, dei ritmi e delle competenze innate della persona uno degli elementi fondamentali dell’accompagnamento. Il corpo non viene guidato dall’esterno, ma sostenuto affinché possa ritrovare la propria capacità di autoregolazione all’interno di una relazione caratterizzata da ascolto, sicurezza e rispetto.
Il parto come esperienza relazionale
Se la gravidanza rappresenta il tempo della costruzione della fiducia, il parto costituisce uno dei momenti nei quali questa fiducia viene chiamata a esprimersi.
Naturalmente ogni nascita è diversa e ogni storia mantiene la propria unicità. Esistono parti fisiologici, parti medicalizzati, cesarei programmati o d’urgenza, esperienze vissute con serenità e altre attraversate dalla paura o dalla fatica. Sarebbe riduttivo attribuire al tipo di parto un valore assoluto o considerarlo il criterio attraverso cui misurare la qualità dell’esperienza.
Ciò che considero centrale non è la modalità con cui il bambino nasce, ma la qualità della relazione che accompagna quel momento.
Una donna che si sente ascoltata, rispettata nelle proprie scelte e sostenuta nel proprio sentire può attraversare anche situazioni complesse mantenendo un senso di continuità con sé stessa. Allo stesso modo, un parto fisiologico può trasformarsi in un’esperienza profondamente disorientante se la donna perde la possibilità di sentirsi protagonista della propria esperienza.
È proprio qui che il grounding mostra, a mio avviso, la propria funzione più significativa.
Essere radicati non significa eliminare la paura o il dolore.
Significa poterli attraversare senza perdere completamente il contatto con sé stessi.
Significa continuare a respirare, ad ascoltare il proprio corpo e a riconoscere ciò che accade, anche quando l’intensità dell’esperienza aumenta.
È una qualità della presenza che non elimina la complessità della nascita, ma permette di viverla con una maggiore integrazione tra corpo, emozioni e relazione.
La nascita continua dopo il parto
Uno degli aspetti che maggiormente mi hanno colpita negli studi di Eva Reich è l’idea di continuità.
La nascita non rappresenta un punto di arrivo.
È un passaggio.
La relazione che si è costruita durante la gravidanza continua, infatti, a svilupparsi nei primi giorni, nei primi mesi e negli anni successivi attraverso il contatto, il ritmo, lo sguardo, la voce e la qualità della presenza dell’adulto.
I famosi “primi 1000 giorni” di vita.
Questa continuità invita a superare una visione frammentata dell’accompagnamento alla nascita. Gravidanza, parto e postpartum non costituiscono esperienze separate, ma momenti differenti di un unico processo evolutivo nel quale il bambino continua a costruire il proprio senso di sicurezza all’interno della relazione con le figure che si prendono cura di lui. Il radicamento si sviluppa progressivamente a partire dalla vita intrauterina e trova nel contatto corporeo e nella regolazione reciproca uno dei propri principali strumenti di crescita.
In questa prospettiva anche il postpartum assume un significato diverso.
Non rappresenta semplicemente il periodo successivo alla nascita, ma un tempo nel quale la madre, il bambino e l’intero sistema familiare continuano a conoscersi e a costruire il proprio equilibrio. Sostenere questa fase significa offrire uno spazio nel quale possano trovare posto la fatica, la gioia, i dubbi e le trasformazioni che accompagnano l’inizio della vita insieme.
Una cultura della nascita orientata alla prevenzione primaria
Arrivata a questo punto del mio percorso personale e professionale, sento che il significato della prevenzione primaria si sia progressivamente ampliato.
Oggi non la considero soltanto un insieme di interventi preventivi, ma una vera e propria cultura della relazione.
Una cultura che riconosce il valore delle prime esperienze corporee, della qualità del contatto e dell’ambiente relazionale nel quale una nuova vita viene accolta.
È in questa prospettiva che il mio lavoro trova il proprio senso.
Accompagnare una gravidanza non significa soltanto sostenere una donna durante nove mesi.
Significa prendersi cura dell’ecosistema relazionale nel quale quel bambino crescerà.
Significa offrire alla coppia uno spazio nel quale poter sviluppare ascolto, presenza e fiducia, riconoscendo che queste esperienze rappresentano già, di per sé, un intervento di prevenzione primaria.
Per questo motivo continuo a pensare che la prevenzione primaria inizi molto prima della nascita.
Inizia nel momento in cui nasce il desiderio di generare una nuova vita.
Inizia quando una coppia sceglie di interrogarsi sul significato dell’essere genitori.
Inizia ogni volta che una persona torna ad ascoltare il proprio corpo e scopre che, dentro quel corpo, esistono risorse che forse aveva dimenticato di possedere.
Conclusioni
Scrivere queste riflessioni ha significato, per me, mettere in dialogo il percorso professionale e quello personale, riconoscendo come il mio modo di accompagnare la nascita sia il risultato dell’incontro tra esperienze vissute, formazione e confronto con autori che hanno profondamente orientato il mio pensiero.
Dalla visione reichiana dell’unità corpo-mente, agli sviluppi della Bioenergetica proposti da Alexander Lowen, fino al lavoro di Eva Reich sulla prevenzione primaria e ai contributi più recenti sul grounding nella relazione madre-bambino, emerge una prospettiva comune: la qualità delle prime esperienze corporee e relazionali rappresenta uno dei principali fattori di promozione della salute lungo tutto l’arco della vita.
È all’interno di questa cornice che colloco il mio lavoro di counselor a mediazione corporea.
Non con l’intenzione di indicare un modo giusto di vivere la gravidanza o il parto, ma con il desiderio di offrire alle persone uno spazio nel quale possano riconoscere il proprio modo di diventare genitori.
Credo che ogni nascita sia unica.
Così come è unico il modo in cui ciascun bambino incontra il mondo e ciascun adulto incontra la propria genitorialità.
Accompagnare questo incontro, favorendo l’ascolto del corpo, la fiducia nella relazione e la costruzione di un ambiente sufficientemente sicuro, rappresenta oggi, per me, il significato più autentico della prevenzione primaria.
Bibliografia
Rogers C., La terapia centrata sul cliente, Edizioni Martinelli, Firenze 1970
Maria Stallone Alborghetti, Bioenergetica per tutti, Universo Ed., Roma, 2003
Rollo May, L’ arte del counseling Il consiglio, la guida, la supervisione, Astrolabio-Ubaldini editore, Roma 1991
Gabriella A.Ferrari, La comunicazione e il dialogo dei nove mesi, Edizioni Mediterranee, Roma 2005
Maria Ballardini, Da due a tre – la relazione che accompagna la vita, Alpes, Roma, 2014
Emanuela Bellone, Il grounding nella relazione madre – bambino, la costruzione del grounding dalla vita intrauterina al post natale, Rivista Corpo e Identità n.1, 2023
Eva Reich, Eszter Zornánszky, Bioenergetica dolce. Guida al massaggio del bambino per risvegliare l’energia vitale, Tecniche Nuove, 2006
Beatrice Casavecchia, Luisa Della Morte, Margherita Tosi, Nascere umani. Continuare Reich per i bambini del futuro. Il pensiero e gli scritti di Silja Wendelstadt, 2015

